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Mi concedi ancora una volta questo ballo, papà?



Mi sono nascosta il viso nella sciarpa a quadri scozzese, Michela sa che ho bisogno di abbracci e quando non c'è lei -dice- "questa un po' mi sostituirà".
Stamattina ero in libreria, cercavo una storia divertente, che mi facesse alleggerire il cuore da questo peso che mi trascino da giorni, non ha pietà il cuore quando vuole farti male.
Ma come al solito ad "Un anello nell'ostrica" o "Amore a New York" i miei occhi sono caduti su Einaudi: "Scena Padre", otto autori, alcuni dei miei preferiti (De Silva, Canobbio), raccontano il miracolo della paternità.
Eh già, la paternità, chissà come mi hai accolta quando sono venuta al mondo quel pomeriggio di aprile.
Ornella dice che era la domenica delle palme
- quindi una portatrice di pace-
sorrido, che controsenso, guerrafondaia dal cipiglio ribelle, forestica per antonomasia, la pecora nera in mezzo ad un gregge noioso, nata in un giorno di forzate e mendaci strette di mano tra i banchi delle chiese.
Scherzo del destino!
Ho sempre pensato che i paradossi servissero a sottolineare la bipolarità del mio nome.
Francescapaola, quattordici lettere, tutto attaccato, si scrive con Paola piccolo, senza respiro, conosco questa risposta fin dall'asilo. Ho pensato a questa giornata tanto, a quanto senta ancora sulle guance le stesse lacrime di quella notte e aspetto sempre che tu venga ad abbracciarmi e dica:
"Vieni qui da me".

Piangevi come un cucciolo sperduto,
era l'agonia di una fine cosciente, la paura di quello che sapevi non sarebbe più tornato.
I nostri dolori si sono confusi
- scusami se ho avuto paura insieme a te, più di te, sono sicura che piangevi per me -
Ci siamo tenuti le mani, stretti stretti, per tutta l'oscurità fino all'alba del tuo perdere i sensi.
Noi due all'unisono, come negli anni che abbiamo vissuto assieme: "squadra vincente e mica si cambia".
Ti ho detto tutto quello che dovevi portarti in un "aldilà" del cuore.
Papà mio, quella notte ho immaginato di abbracciare un "perSempre" e l'ho stretto forte forte per non farlo andare più via.
Ti cerco nelle cose dei giorni e cammino tra la gente sperando di riconoscerti e gridare papà, prendere una svista, chiedere scusa e voltare le spalle sorridendo, ma ancora non succede.
A volte il cuore fa male,
gli occhi bruciano e le gambe tremano.
So che noi siamo anima, che il corpo è pura illusione di una società.
Immagino che chiudendo gli occhi abbia detto: "Tutto si è compiuto, il mio tempo è finito, adesso tocca a te".

-Mi concedi ancora una volta questo ballo, papà?
(24 Gennaio è solo una data per il calendario gregoriano ma per me un rinunziare ad una vita.)

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